La questione vicino orientale

Franco Cardini da Pandora TV esprime le sue perplessità su come venga gestita l’informazione riguardante l’ISIS e la questione del terrorismo internazionale. Ci pare un contributo imperdibile; tutte le rivendicazioni dei presunti attentati dell’ISIS giungono dal sito americano di Rita Katz. Anomalia sfuggita a molti.




Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono

Da tempo si sapeva che gli orribili filmati delle esecuzioni dell’ISIS facevano parte di una propaganda ben congegnata, da professionisti occidentali.

Adesso abbiamo le prove, grazie a Marcello Foa che, dalle pagine del Corriere del Ticino, ci trasmette dati inoppugnabili, nomi, cognomi, date su una truffa con la quale hanno condizionato le nostre opinioni.

Stanno continuamente ingannandoci. Vale proprio la pena di dar loro la nostra incondizionata fiducia, per esempio partecipando con ingenti risorse al potenziamento della NATO? Ultimamente il nostro governo ha deciso di portare da 70 a 100 milioni di euro al giorno le spese militari proprio a favore delle basi NATO stanziate nel nostro territorio.

Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono

LEGGI IL COMMENTO DI MARCELLO FOA

Keystone

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di MARCELLO FOA – I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.

Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.

Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.

Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.

Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse.

Non nelle nostre democrazie.

Fonte: http://www.cdt.ch/commenti-cdt/commento/164199/quei-filmati-di-al-qaeda-li-faceva-il-pentagono




Aleppo e Raqqa: la doppia verità dei media

Ancora un pezzo di Giampaolo Rossi dal suo blog ospitato da Il giornale, tanto per puntualizzare che siamo immersi in un bagno informativo puzzolente. Le menzogne che ci hanno raccontato sulla vicenda della Siria non sono finite e quello che prevale non è l’informazione, ma il bisogno di replicare una versione romanzata dei fatti. Cosa che sottolinea e documenta molto bene Gaiampaolo Rossi.

Ci domandiamo che prospettive abbiano i giovani che vogliano intraprendere la carriera di giornalisti, visto l’aria che tira.

IL PUNTO DI NON RITORNO
Era più o meno un anno fa quando l’esercito siriano e l’aviazione russa lanciarono l’assalto definitivo per la liberazione di Aleppo da tre anni sottomessa al terrore jihadista dell’Isis.
La battaglia fu devastante, quartiere per quartiere, casa per casa. Il costo umano spaventoso e il prezzo di sangue che la popolazione dovette pagare, altissimo; come sempre accade quando la storia si muove lungo il crinale delle “guerre per la libertà”.La battaglia di Aleppo ha segnato le sorti di quella che l’Occidente chiama guerra “civile” siriana, ma che i siriani chiamano guerra di aggressione; ed è stato grazie a questa vittoria che le bande di tagliagole tafkire e i mercenari jihadisti (travestiti da ribelli) hanno iniziato quella ritirata che sta liberando la Siria dall’incubo del Califfato.

Eppure in quei giorni l’Occidente era preoccupato solo di una cosa: denunciare i bombardamenti russi con l’aggiunta di descrizioni di crudeltà commesse dall’esercito siriano.
Intellettuali, giornalisti e politici facevano a gara per dimostrare che Aleppo era la fine della civiltà per colpa di Assad e Putin.
Le canaglie islamiste che da tre anni tenevano sotto il giogo gli abitanti di una delle più libere città del Medio Oriente, sembravano le vittime.

BUGIE SU BUGIE SU BUGIE
Bernard Henry-Levy, il menestrello delle bombe umanitarie che da 30 anni benedice le guerre dell’Occidente, i massacri e le violazioni del Diritto sotto forma di civiltà democratica, regalava aulici articoli in cui, parlando dell’assedio di Aleppo, definiva Putin “piccolo zar volgare capo di uno Stato canaglia” e Assad “l’anima più abietta, nera e vigliacca tra quelle dei peggiori criminali della nostra epoca”.
Proprio lui, il consigliere di Sarkozy che inventò la balla dei Ribelli libici per legittimare l’aggressione Nato distruggendo una nazione chiave negli equilibri nordafricani e consentire il suo saccheggio economico e morale; lui che ha benedetto l’assalto alla Siria e prima quello alla Serbia (grazie al quale oggi i Balcani sono la centrale jihadista d’Europa).

Le tv americane non risparmiavano incredibili servizi in cui affermavano che 100 mila persone erano intrappolate nella “enclave ribelle” (così erano definiti i miliziani di Al Qaeda e Al Nusra) e che le truppe siriane facevano esecuzioni di massa; dimenticando che l’area sotto assedio era di 3 km quadrati, e che i soldati siriani sacrificavano la loro vita per liberare e soccorrere la popolazione aprendo corridoi umanitari mentre sui siti jihadisti si propagandavano video orribili e foto delle torture e decapitazioni di soldati siriani catturati dai “Ribelli”.

Obama minacciava nuove sanzioni contro la Russia se Putin non avesse fermato l’offensiva di Aleppo. In Germania e Gran Bretagna si promuovevano appelli per denunciare i russi di crimini di guerra.
I giornali italiani si distinguevano in Europa per una faziosità al limite dello sciacallaggio. Su tutti il Corriere della Sera dove si potevano leggere articoli sul “genocidio dei bambini di Aleppo” con l’immancabile foto dei Caschi Bianchi che Hollywood si stava preparando a consacrare come i nuovi eroi, o resoconti la cui disonestà intellettuale raggiungeva vette straordinarie: come questo della immancabile Rula Jebreal (versione femminile di Bernard Henry Levy) che paragonava Aleppo al Ruanda affermando che la strategia di Assad era “rilasciare gli jihadisti e perseguitare gli attivisti per la democrazia, torturarli e massacrarli”.

Bugie su bugie su bugie

L’Occidente su Aleppo costruì le sue migliori fake news per dimostrare all’opinione pubblica internazionale che i cattivi erano russi e siriani; o al massimo che tra loro e l’Isis non c’era differenza.
Una delle più famose fu la storia del piccolo Omran, trasformata in simbolo della spietatezza russa. Una costruzione emotiva straordinariamente filtrata da quella foto divenuta simbolo del dolore e di quella innocenza violata che ogni maledetta guerra porta con sé.
La vera storia della foto e del piccolo Omran l’abbiamo raccontata qui, nel silenzio dei media occidentali in una delle più vergognose manipolazioni tra le tante messe in atto dal mainstream occidentale.

DKwT4QdW4AAPPgTOggi Aleppo è libera, grazie a quel sacrificio di sangue, di dolore; e i suoi abitanti rimettono in piedi le rovine fisiche e spirituali di una guerra criminale che i siriani non hanno voluto; come in questa foto dove giovani cristiani e musulmani si apprestano ad assistere ad un concerto musicale nella cittadella; immagini di un ritorno alla vita e alla speranza che nessun media occidentale farà vedere.

SILENZIO SU RAQQA
Ora, in questi giorni, a Raqqa, capitale del Califfato Islamico, si sta consumando una battaglia del tutto simile a quella di Aleppo. Solo che qui, a bombardare le postazione jihadiste sono gli americani e a terra, l’avanzata è condotta da curdi e reparti speciali Usa. Anche qui è una battaglia casa per casa; anche qui i morti civili sono un numero esorbitante (lo racconta in questo bel reportage Marco Gombacci su Gli Occhi della Guerra).
Nelle ultime settimane le Nazioni Unite hanno contato 150 morti civili di 6 bombardamenti Usa.
Qualche giorno fa, Airwars ha stimato che, nel mese di Agosto, l’offensiva americana ha causato almeno 430 morti civili in 72 bombardamenti della Coalizione.
Numeri “inaccettabili” secondo le Nazioni Unite che affermano che le forze d’attacco potrebbero “non rispettare i principi internazionali di prevenzione, distinzione e proporzionalità del diritto umanitario internazionale”.
Eppure di tutto questo non trovate traccia sul mainstream occidentale; nessun afflato emozionale, nessuna accusa di genocidio, barbarie, nessun Ruanda all’orizzonte.

Sia chiaro, non saremo certo noi ad accusare l’America di crimini perché siamo convinti che i vertici militari Usa e quelli politici stiano facendo di tutto per limitare le vittime civili, soccorrere la popolazione e alleviare le sofferenze dei civili, inevitabili quando hai a che fare con un nemico che non rispetta le regole umanitarie, né quelle di guerra, né quelle dell’onore; che si fa scudo dei civili e utilizza il terrore delle esecuzioni per piegare le resistenze di una popolazione ostile.
Ma questa verità che vale per Raqqa dove i bombardamenti sono americani (o a Mosul in Iraq dove la battaglia di liberazione della coalizione Usa ha prodotto 7.000 morti civili stimati da Amnesty) non valeva per Aleppo dove i bombardamenti erano russi: perché?

LA LIBERTÀ È VERITÀ
In una guerra ci sono crimini fisici e crimini morali: manipolare la verità da parte dei media, appartiene ai secondi. Se un aereo russo uccide un civile è un crimine di guerra, un orrore della disumanità; se un aereo americano o occidentale uccide 10 civili è un danno collaterale, un incidente di percorso nella lotta per la libertà.

Ma la libertà è strettamente connessa alla verità. E questo è ciò che ha rappresentato il tratto distintivo dell’Occidente, la sua carta d’identità da mostrare alla dogana della storia.
I media occidentali, da almeno due decenni, sembrano aver perso il senso di questa relazione: il naturale legame tra una verità da raccontare e la libertà da difendere. Questa perdita è il vero pericolo per la democrazia.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/09/28/aleppo-e-raqqa-la-doppia-verita-dei-media/?mobile_detect=false


Su Twitter: @GiampaoloRossi

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PANDORA TV: UN VIDEO GIORNALE DA SEGUIRE

Abbiamo trovato in pandoratv.it una valida alternativa alla tv di stato, oramai quasi inguardabile, e una fonte di notizie documentate e immagini attendibili. Pandora tv riporta spesso notizie totalmente ignorate dai media mainstream, ma di grande importanza.

Una iniziativa indipendente finanziata dagli spettatori.

Un appuntamento quotidiano da non perdere.




11 settembre: Mentana manda in onda le bufale di Attivissimo

Siccome in molti avrete visto la trasmissione di Mentana su LA7 siamo obbligati a pubblicare questa replica apparsa su pandoratv.it , ad opera di Massimo Mazzucco, senza tanti commenti, ma con la preghiera di conservare questi preziosi punti per formare una immagine di sicuro non facile; una vera e propria cospirazione coperta da un nugolo di grossolane menzogne. Perché?

Se diamo una risposta all’interrogativo allora possiamo chiarire molte cose anche sulla situazione attuale, incluse le ragioni dell’ultimo attentato di Londra.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?time_continue=194&v=JquIMRHgHiU




11 settembre, l’anniversario del grande inganno

Con questo video si chiude la trilogia del documentario di Massimo Mazzucco (tratto da luogocomune.net) sulla tragedia dell’11 settembre 2001. La tragedia non sono solo i 3000 morti innocenti, ma il fatto di come siano riusciti a ingannare tutti noi, anzi, quasi tutti noi.

I fatti della Rambla di Barcellona sembrano trascorsi oramai da mesi e mesi, era solo il 17 agosto, ma ci siamo oramai assuefatti, e continuiamo inconsciamente, distrattamente, a pensare a come faremo a sconfiggere il terrorismo islamico, ignari del fatto che ci sono macchinazioni in alto, molto più in alto. Non possiamo affermare cose certe, ma i fatti emersi anche solo dopo avere visionato questo documentario ci portano ad accreditare ipotesi spaventose, ma molto più realistiche della verità ufficiale.

Fonte:http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4317




11 settembre, la nuova Pearl Arbor

Eccovi in ritardo la seconda parte del documentario di Massimo Mazzucco sulla storia dell’11 settembre. Ci rimane sinceramente difficile che ci sia chi creda ancora alla storia che ci hanno raccontato, perché le cose che non tornano sono molte, troppe.

Speriamo solo che almeno i nostri nipoti studiando nei libri di storia scoprano la grande menzogna e restino increduli di come tutto questo possa essere accaduto veramente. Riguardo a noi, beh, possiamo investire qualche ora per guardare questa trilogia. L’ultima puntata di seguito a questa.




Deir Ezzor liberata dai siriani. Ed è una buona notizia

Grazie all’appoggio dei russi giunti in aiuto a Bashar al Assad – i russi, ricordiamo, gli unici che si trovano sul territorio siriano legalmente, a differenza delle truppe USA – gli ultimi bastioni delle forze ribelli appoggiati dalla coalizione occidentale lasciano Deir Ezzor.

In questo contesto Pandoratv.it ci avverte però che il 6 settembre la commissione congiunta ONU – OPAC ha avviato una ulteriore campagna di disinformazione cominciando a diffondere la notizia che dall’inizio del conflitto Assad ha fatto almeno 20 attacchi chimici contro la popolazione civile, compreso quello del 4 aprile scorso su Khan Sheikhun. Dunque il pericolo di ulteriori provocazioni false flag si rivela essere ancora reale; difficile per gli americani inghiottire una tale evidente sconfitta.

Sulla situazione attuale postiamo un ottimo articolo di Gianandrea Gaiani pubblicato su lanuovabq.it

Deir Ezzor liberata dai siriani. Ed è una buona notizia

di Gianandrea Gaiani08-09-2017

Dopo settimane di duri scontri contro gli ultimi bastioni dell’Isis nella Siria Centrale le truppe di Damasco appoggiate dai jet e dalle forze speciali russe hanno raggiunto Deir Ezzor, città abitata da una nutrita comunità cristiana, assediata dall’Isis da oltre due anni e difesa da guarnigioni completamente circondate e rifornite dal cielo di viveri e munizioni.

Con una doppia manovra a tenaglia le forze siriane hanno prima circondato ad al-Sukhnat il grosso delle milizie del Califfato per poi muovere verso il bastione esterno occidentale della sacca in cui sono raccolte le forze di Damasco, i quasi 100 mila civili assediati.

Il contatto tra la guarnigione della base della Brigata 137 e le truppe che avanzavano da ovest è stato costituito martedì, anche se un violento contrattacco delle forze del Califfato ha cercato di reciderlo. Si tratta quindi un successo iniziale, ma che dovrebbe consolidarsi nelle prossime ore benchè nei quartieri occupati dall’IS si annidino alcune migliaia di combattenti (mischiati a oltre 100mila civili) che potrebbero resistere ancora a lungo dopo aver seminato la zona di ordigni e trappole esplosive, secondo la consueta tattica già adottata in altre città perdute dai miliziani jihadisti, inclusa Mosul.

Prima di ritirarsi i miliziani hanno quasi completamente distrutto le infrastrutture vitali di Deir Ezzor, ha riferito il ministero della Difesa russo in una nota. “Nei distretti cittadini liberati dalle truppe siriane, le infrastrutture vitali sembrano essere state quasi completamente distrutte dai miliziani: tutte le stazioni elettriche e le stazioni di pompaggio dell’acqua sono state fatte saltare in aria, gli ospedali, le scuole e le strutture sociali sono state distrutte. Il sistema idrico non funziona, tutte le imprese sono chiuse e prima di lasciare la città, i miliziani hanno minato abitazioni residenziali, edifici industriali e amministrativi, così come le piazze della città” riporta la Tass.

In difficoltà a Raqqa e a Deir Ezzor, sconfitto nelle città irachene di Mosul e Tal Afar, il Califfato sta perdendo anche il controllo dei pozzi di petrolio che finora avevano garantito regolari entrate finanziarie. Fondamentale il supporto aereo fornito dai raid di precisione russi, oltre 1400 missioni nelle ultime due settimane che hanno permesso di uccidere 1.200 miliziani dell’IS secondo il ministero della Difesa di Mosca.

Per Damasco rompere l’assedio e riprendere il pieno controllo di Deir Ezzor significa mettere in sicurezza il confine con l’Iraq e rientrare in possesso degli oleodotti e dei pozzi di gas e petrolio, mentre per il Califfato la sconfitta in quello che molti considerano l’ultimo rifugio di Abu Bakr al-Baghdadi (per i russi già morto, per gli americani ancora vivo) è un duro colpo che si aggiunge alle sconfitte di Mosul e di Tal Afar che lasciano il Califfato privo di città importanti. Come accadde quando siriani e russi liberarono la città archeologica di Palmira, anche il successo di Deir Ezzor non ha avuto molta visibilità sui media occidentali né ha visto le cancellerie Usa ed europee felicitarsi per la sconfitta strategica del Califfato, che pure dovrebbe essere anche nostro nemico.

Vladimir Putin, Bashar Assad e il governo iraniano hanno festeggiato la vittoria complimentandosi con soldati e comandanti che hanno preso parte all’offensiva, mentre l’Occidente tace, mal celando il disappunto per le vittorie di quel regime siriano che molti in Usa ed Europa avrebbero voluto veder cadere, sostituito con un regime islamista come quello propugnato dalla gran parte dei movimenti ribelli più forti e in molte fasi del conflitto rivali (Isis, al-Qaeda, Salafiti e Fratelli Musulmani) sostenuti dalle monarchie sunnite del Golfo.

Il tramonto di questo progetto, grazie all’intervento di Mosca che ha stabilizzato le forze di Assad per riportarle all’offensiva, è ben rappresentato dalla recente cessazione dei programmi di addestramento dei ribelli siriani cosiddetti “moderati” da parte della CIA e dei militari britannici. Uno stop che sancisce la vittoria di Mosca e Damasco ma che non evita qualche imbarazzo agli anglo-americani i cui pupilli “moderati” sono finiti per la gran parte a infoltire i ranghi delle milizie jihadiste.

A proposito di imbarazzi, la rapida avanzata delle forze di Damasco verso est ha costretto la Coalizione a guida statunitense a condurre strane operazioni di recupero nell’area di Deir Ezzor. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (con sede a Londra e vicino ai ribelli “moderati”) e fonti citate dal quotidiano panarabo al-Hayat affermano che, dal 20 agosto, elicotteri della Coalizione hanno calato a terra forze speciali per trovare ed evacuare presunti miliziani dello Stato Islamico, molti dei quali sarebbero “foreign fighters” di nazionalità europea. Numerose missioni di questo tipo si sarebbero svolte nei distretti di Tibni, a nord di Dayr, e di Bulayl, a sud della città sull’Eufrate gettando non poche ombre sul reale ruolo della Coalizione in Siria. Operazioni ambigue perché potrebbero indicare il salvataggio di infiltrati e spie al servizio degli Stati Uniti ma anche il recupero di uomini del Califfato in stretti rapporti con Washington.

Non è un mistero che l’Isis sia nemico degli Usa quando combatte in Iraq, ma non lo è più così tanto in Siria dove affronta il regime di Assad oltre a russi e iraniani che lo affiancano: alleanza invisa a Washington e ai suoi alleati arabi ed europei che hanno sempre puntato sulla caduta di Bashar Assad. Non a caso durante l’attacco a Mosul nessun raid venne effettuato contro i miliziani dell’IS che fuggivano dalla città verso la Siria, per i quali venne lasciato addirittura un corridoio aperto, come più volte denunciato da Mosca e Damasco.

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-deir-ezzor-liberata-dai-siriani-ed-e-una-buona-notizia-20971.htm




Siria: la verità di un prete

A essere onesti il titolo dovrebbe essere: “Un prete che vive in Siria ci dice qual’è la verità”.

Si, perché un prete belga che va in Siria a predicare il Vangelo – poteva starsene tranquillamente a casa sua – vivendo con i siriani, e rimanendo nonostante la guerra, non parla perché abbia un qualche interesse, ma parla di quello che vede e di quello che sa perché vive là, e non ci va a scattare foto e a raccogliere qualche notizia. Le notizie le vede dal vivo.

di Giampaolo Rossi

PADRE MAES
Padre Daniel Maes ha 78 anni, è belga e dal 2010 opera nell’antico monastero di Mar Yakub a Qara, a 90 km a nord di Damasco.
È stato chiamato lì direttamente da Madre Agnes-Mariam della Croce, la controversa suora accusata in Occidente di essere un agente al soldo di Assad per la sua attività di contro-informazione sulla guerra in Siria.
Quella di Padre Maes è una figura importante dei cristiani siriani (sopratutto della comunità cattolico-melchita) non solo per la sua attività pastorale, svolta anche nei momenti più terribili della guerra, ma anche perché il suo sguardo è quello di un europeo che ha vissuto con i propri occhi quello che in questi anni è accaduto in Siria.

Qualche settimana fa è stato intervistato dal giornale olandese AD (Algemeen Dagblad) per raccontare la “sua” verità su questa guerra.

Padre Maes parla delle rivolte di piazza che, come in uno schema riprodotto già in Tunisia, in Libia e in Egitto, nel 2011 avrebbero dato origine alla guerra civile: “L’idea che una rivolta popolare abbia avuto luogo contro il presidente Assad è completamente falso. Sono a Qara dal 2010 e ho visto con i miei occhi come agitatori provenienti dall’esterno della Siria hanno organizzato proteste contro il governo e reclutato i giovani; e quello che loro giravano veniva trasmesso da Al Jazeera per dare l’impressione che una ribellione fosse in atto. Ho visto gli omicidi commessi da terroristi stranieri contro le comunità sunnite e cristiane nel tentativo di seminare discordia religiosa ed etnica tra il popolo siriano”.

UN PAESE ARMONIOSO
Spiega che prima della guerra, la Siria era “un paese armonioso: uno stato laico in cui le diverse comunità religiose vivevano fianco a fianco in pace”. Uno Stato autoritario certo, repressivo spesso come tutti i regimi mediorentali, ma una nazione dove la libertà della minoranza cristiana era garantita.
E che la Siria di Assad fosse uno dei paesi più avanzati del Medio Oriente, uno dei pochi con una classe media intraprendente e benestante, con servizi sociali all’avanguardia per gli standard della regione, è cosa risaputa.
Ora la guerra ha distrutto tutto. Come ha documentato Razziye Akkoc sul Telegraph, il paese che aveva uno dei tassi di alfabetizzazione più alti del Medio Oriente ora vede il sistema scolastico a pezzi con oltre il 45% dei bambini che non possono più frequentare le scuole (a causa del conflitto o perché distrutte) con un impatto drammatico sulle future generazioni; il paese che aveva uno dei sistemi sanitari più avanzati del mondo arabo oggi ha la metà degli ospedali distrutti e i medici costretti a fuggire, con l’aspettativa di vita scesa a 55 anni (era del 70 nel 2010).

I RIBELLI MODERATI
Padre Maes ricorda quando i famosi “ribelli moderati” esaltati dall’Occidente occuparono la sua città, Qara: erano in “migliaia, venivano dai paesi del Golfo, dall’Europa, dalla Turchia, dalla Libia e c’erano molti ceceni. Hanno formato una forza di occupazione straniera, tutti alleati di al Qaeda e di altri gruppi terroristici. Armati fino ai denti dall’Occidente, ci hanno letteralmente detto: «questo paese appartiene a noi ora»”.

LA PIÙ GRANDE MENZOGNA
L’intervistatore lo incalza: “Lei dice che l’esercito siriano protegge i civili, ma ci sono diversi rapporti sui crimini di guerra commessi dalle forze di Assad, come ad esempio i bombardamenti con bombe a botte”.
La risposta di Padre Maes non lascia adito a dubbi:“Non capite che la copertura mediatica sulla Siria è la più grande menzogna del nostro tempo? Hanno venduto pure assurdità su Assad. Voi pensate che quello siriano sia un popolo di stupidi? Che la gente faccia il tifo per Assad e Putin perché costretta? Gli americani hanno responsabilità in tutto questo per impossessarsi delle risorse naturali (…) e Arabia Saudita e Qatar per creare uno stato sunnita in Siria, senza libertà religiosa”.

E ancora, rivolgendosi all’intervistatore: “Sai, quando l’esercito siriano si stava preparando per la battaglia di Aleppo, alcuni soldati musulmani sono venuti da me per ricevere una benedizione. Tra musulmani e cristiani non c’è mai stato problema. I massacri sono compiuti da quei radicalisti islamici, ribelli sostenuti dall’Occidente, tutti di Al Qaeda e Isis. Tra loro non ci sono “combattenti moderati”.

Possono sembrare i deliri di un vecchio prete venduto ad un dittatore se non avessimo continua prova dei processi di manipolazione mediatica costruiti a tavolino.
L’ultimo è quello uscito qualche giorno fa sulle “presunte” esecuzioni di massa compiute dal regime nel carcere di Saydnaya: tra i 5000 e i 13000 civili tra il 2011 e il 2014. Un rapporto costruito su prove inesistenti e numeri dedotti da calcoli e proiezioni; basato su testimonianze anonime di personaggi reclutati tra le organizzazioni anti-Assad finanziate dai servizi segreti occidentali e sauditi. Eppure questo rapporto pubblicato da Amnesty International è diventato Verbo sui media occidentali (per chi volesse approfondire gli argomenti di confutazione rimandiamo a questo articolo).

padre Daniel giubileo DOV’È DIO IN QUESTA GUERRA?
Non è la prima volta che un cristiano di Siria racconta una verità scomoda per le nostre coscienze imbevute di manipolazione.
Padre Maes ci aiuta a capire il senso del tempo che stiamo vivendo; il velo di falsità e di bugie che attraversa l’Occidente, che violenta spesso la nostra idea del mondo o almeno, quella che ci viene imposta. E nella sua incredibile umiltà, questo vecchio prete fiammingo rimasto a Qara a proteggere cristiani e musulmani quando l’orda dei mercenari jihadisti occupò la città, apre anche uno squarcio, per molti sicuramente incredibile, sulla manipolazione di ciò che chiamiamo democrazia.

Trovo un suo vecchio scritto pubblicato un anno fa in cui racconta una giornata di incontri, speranze e amicizie tra islamici e cristiani. Ad un certo punto un musulmano gli si avvicina e gli domanda: “Padre, dov’è Dio in questa guerra?”; e lui risponde: “negli uomini di buona volontà”.

Comunque la pensiate, Padre Maes è uno di questi uomini.

Fonte:http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/02/13/siria-la-verita-di-un-prete/

Su Twitter: @GiampaoloRossi

 




La guerra in Siria: la più grande menzogna del nostro tempo

Sappiamo che non è facile, ma ogni giorno facciamo il nostro tentativo, di offrire alcuni punti affidabili, perché possiamo farci un quadro della realtà, non romanzata, non distorta.

Sulla Siria ci hanno raccontato balle su balle, per anni. Quindi, per ristabilire la verità dobbiamo fornire documenti, dati, e pochi commenti perché quando si hanno i dati le conclusioni le possiamo trarre autonomamente. Vi invitiamo alla fruizione di questo prezioso pezzo di Giampaolo Rossi che fa riferimento a un altro suo articolo, imperdibile, che postiamo subito dopo questo per vostra comodità.

Siria: i ribelli non sono più moderati

idlib

FRANKENSTEIN-CIA
La morale è quella contenuta nel Frankenstein di Mary Shelley: la storia del mostro creato in laboratorio che si rivolta contro il suo creatore. È una costante che si ripete nella storia.

E così non dovrebbe sorprendere sapere che martedì scorso, nel nord della Siria, soldati Usa sono stati attaccati da ribelli siriani anti-Assad.
A darne la notizia alla Reuters è stato il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione a guida statunitense che opera al fianco dei curdi contro l’Isis.
Che lo scontro non sia stato un incidente ma un attacco premeditato, lo dimostra il fatto che gli americani hanno dovuto ammonire i turchi (sotto il cui controllo sono oggi i ribelli siriani in quell’area) a non far ripetere incidenti del genere.

Qualcuno, distrattosi in questi anni, ora scopre che i famosi “Ribelli moderati” costruiti nei laboratori della Cia non sono moderati. Sopratutto da quando Trump ha tolto loro denaro, armi e addestratori.

UNA FANTASMAGORICA INVENZIONE
La storia dei “Ribelli moderati” è una delle più fantasmagoriche invenzioni di questa guerra criminale contro una nazione sovrana. Obama e i suoi strateghi li vollero creare, sulla falsariga dell’esperimento libico, per perseguire 4 obiettivi:

  1. Costruire una narrazione occidentale secondo cui quella siriana era una “guerra civile” e non una guerra di aggressione alla Siria da parte dell’Occidente e dei Paesi sunniti (secondo un disegno sviluppato dalla Cia fin dal 1986); insomma bisognava fare in modo che apparisse come la solita ribellione di popolo contro il solito dittatore secondo la solita (e solida) sceneggiatura. E siccome da che mondo è mondo, le ribellioni necessitano dei ribelli, quando questi non esistono, s’inventano.

  2. Schierare sul terreno una forza militare in grado di impegnare (seppure marginalmente) l’esercito di Assad aprendogli un ulteriore fronte di guerra oltre a quelli già operativi contro lo Stato Islamico e Al Qaeda (appoggiati da Arabia Saudita e Turchia)

  3. Mettere in piedi una parvenza di futura classe dirigente che potesse sembrare il nucleo di un futuro governo “democratico” ombra degli Usa, una volta caduto Assad

  4. Consentire a Washington (e al suo alleato Ryad) di combattere una guerra per procura evitando di schierare direttamente propri soldati sul terreno e limitandosi all’utilizzo della forza aerea come supporto di una fantomatica guerra ai terroristi che i Ribelli moderati non hanno mai realmente fatto

In questo senso ci si dimentica che in Siria, la coalizione anti-Isis a guida Usa agisce fuori dal Diritto Internazionale (e quindi illegalmente) poiché non è stata chiamata dal governo siriano, né opera su mandato delle Nazioni Unite.

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MA CHI SONO?
Tutto sommato in un primo tempo i risultati ottenuti da Washington furono in linea con gli obiettivi, nonostante qualche clamorosa umiliazione; come quando, nell’Ottobre del 2015, il Gen. Lloyd Austin, comandante del CentCom, dovette ammettere davanti ad un’esterrefatta platea di senatori americani, che i programmi di addestramento e finanziamento costati miliardi di dollari dei contribuenti Usa, avevano prodotto un numero di combattenti inferiore ad una squadra di calcio; altro che esercito di Ribelli.

La verità è che questi “Ribelli moderati” non rappresentavano l’élite siriana in rivolta contro l’oscuro dittatore; erano reclutati prevalentemente tra i segmenti più disperati della società, tra personaggi ostili al Regime ma spesso non per ragioni ideali, e tra molti islamisti sunniti che il laico regime di Assad combatteva.
Insomma gente che una volta incassate armi e denaro dagli Usa pensava bene di passare tra le file dei più proficui gruppi jihadisti di Al Qaeda e dei mercenari tafkiri, più sensibili ai saccheggi e all’arricchimento personale e più vicini alle proprie convinzioni ideologiche.

Poi però le tecniche di selezione sono migliorate ed una componente incline ad una visione democratica della Siria, è sembrata emergere. Necessaria per continuare a definire “Guerra civile” una guerra combattuta in Siria da oltre 20 nazioni come contributo che i media occidentali davano (e danno) alla causa della falsificazione della realtà.

Eppure l’enfasi attorno ai “Ribelli moderati” dimostrava come l’amministrazione Obama non fosse interessata a combattere lo Stato Islamico e il terrorismo, ma solo ad abbattere il regime di Assad (anche utilizzando Daesh e Al Qaeda all’occorrenza). Cosa che emerse clamorosamente in questa registrazione di John Kerry silenziata sui media occidentali.

LE COSE CAMBIANO…
Fatto sta che alla fine del 2015, nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla tenuta del regime siriano. Poi le cose sono radicalmente cambiate per tre ragioni:

1) La Siria non è la Libia; non è una nazione divisa da miriadi di clan tribali in conflitto secolare. La Siria è (o almeno era) una nazione con una forte identità nazionale, moderna e con una classe media evoluta, caso raro in Medio Oriente. Quello di Assad è un regime autoritario (come tutti quelli nella regione) ma laico e garante i diritti delle minoranze religiose (a partire da quella cristiana) a differenza di molti alleati dell’Occidente. Nell’esercito siriano, soldati musulmani e cristiani combattono insieme per il proprio paese

2) L’entrata in campo della Russia (e degli alleati iraniani) che ha cambiato completamente gli esiti della guerra; con una capacità di pianificazione strategica ed un efficacia tecno-militare (aerea, missilistica e informatica) che ha sconvolto persino gli osservatori Nato.

3) L’elezione di Donald Trump, che pur con una politica estera ancora incoerente, sulla Siria ha fatto una scelta netta: togliere i finanziamenti e le armi ai “Ribelli moderati” e consegnare la responsabilità strategica ai militari marginalizzando la Cia e la lobby neo-con che hanno dominato il Dipartimento di Stato sotto Obama e decidendo di concentrare l’azione solo al nord nella regione di Raqqa in supporto ai curdi.

Oggi, mentre anche Deir Ezzor sta per essere liberata e gli analisti occidentali ammettono che Daesh sarà sconfitto solo grazie all’esercito siriano e ai suoi alleati, la storia dei Ribelli “moderati” verrà de-rubricata tra le tante fake news costruite dai media occidentali per nascondere la verità di questa guerra: come quella sul piccolo Omran o quell sui famigerati “forni di Assad” o quella sui White Helmets.

Perché, come ha detto Padre Daniel Maes, voce carismatica del cristianesimo in Siria: quello che ci hanno raccontato su questa guerra “è la più grande menzogna del nostro tempo”.

Fonte:http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/09/05/siria-i-ribelli-non-sono-piu-moderati/?mobile_detect=false

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